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Un concerto ricco di atmosfera, un rito, un cerimoniale antico più che una “performance”. Questa l’immagine che è rimasta scolpita nei nostri occhi, queste le sensazioni che si sono fatte strada nell’animo a conclusione dello show di Lilì Refrain, artista, compositrice e polistrumentista nata e cresciuta a Roma, ma molto nota anche in Inghilterra, Germania, Danimarca e Francia. Ha cominciato la sua carriera solista intorno al 2007 e ha scritto le sue composizioni basandosi sull’apporto di chitarra elettrica, voce e loop elettronici non campionati. Ha già pubblicato cinque album e ha avuto molto successo con “Mana” del 2022, il disco che ha rappresentato per lei la scolta, l’affermazione definitiva. Pochi mesi fa è uscito “Nagalite”, il suo nuovo lavoro per la Subsound Records, un’opera divisa in movimenti diversi che hanno preso il titolo di ”Exuvia”, “Nagal”, “Coil” e “Lithos”. Quattro tracce, presentate dal vivo questa sera alla Chiesa Valdese di Via IV Novembre, a Roma, davanti ad un pubblico molto numeroso ed attento.
Un “sold out” ampiamente giustificato da un concerto che non ha deluso le aspettative e che ha previsto l’esecuzione dal vivo anche di brani tratti da “Mana”. Nagalite non è altro che un neologismo coniato dalla musicista e costituisce l’unione di due parole che hanno significati allegorici ben precisi “Naga”, il Dio Serpente, in sanscrito, simbolo della metamorfosi, del cambiamento e “Lithos” che vuol dire “pietra” e simboleggia l’immutabilità, in senso lato l’eternità. Mettere insieme questi due estremi dà vita ad una trasformazione alchemica in cui la pietra si fonde con gli elementi mutevoli della natura per dare inizio ad un percorso spirituale in continua evoluzione, in continua crescita. Campanelle rituali, partiture di synth e i rintocchi del “taiko” (tamburo giapponese usato nelle arti marziali) costituiscono l’“opening act” del suo concerto, fatto di esecuzioni interminabili, lunghe e complesse, ma molto affascinanti. Quando poi Lilì Refrain comincia a cantare, allora è il momento dei brividi, della pelle d’oca. Una voce di chiara impostazione lirica, un timbro profondo e tonante, capace di molteplici estensioni che si innesta su un tessuto armonico fatto di musica “ambient”, minimalismo, blues, folk , psichedelia e “metal”, sì perché quando Lilì Refrain imbraccia la chitarra elettrica non ce ne è per nessuno: assoli potenti e devastanti invadono pesantemente un contesto volutamente “dark”. Il suo “throat singing” ha una valenza antica e rimanda a riti ancestrali dei popoli antichi.
Le composizioni sono molto evocative e in qualche occasione richiamano alla mente certi concerti di Diamanda Galas a cui ho assistito diversi anni fa. Onde sonore che disegnano un percorso oscuro e viscerale fra memoria e modernità, una esperienza liberatoria, catartica, che attanaglia tutti i presenti. Un flusso musicale continuo in cui non puoi fare altro che perderti e viaggiare lontano, attraverso i territori più nascosti della mente. Un “live” fantastico che - a mio parere - è stato ancora più esaltante dell’ascolto del disco. Una esperienza totale, un suono viscerale, fatto di “loop” ripetuti all’infinito, di ritmi tambureggianti e ossessivi (avete presente gli Swans?) che ha portato il pubblico in uno stato di “trance”.
Da ricordare.
Articolo del
03/06/2026 -
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