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Delusi dal film su Battiato? Comprensibile: episodi mai accaduti, grandi artisti ridotti a macchietta o eliminati, incongruenze temporali a iosa, in nome di una spettacolarizzazione che non avvicina l’ignaro e respinge l’appassionato.
Un po’ di verità sull’artista catanese si può trovare in questo volume del tutto atipico di Gianfranco D’Adda, storico batterista del siciliano, e di Walter Pistarini, noto finora per i suoi lavori su De André, che, nell’ottantina di libri scritti su Franco Battiato possiede però qualcosa di unico. Come dice il sottotitolo, a raccontare Battiato è chi ha lavorato con lui, il che apre prospettive nuove.
Le testimonianze vengono in primis dallo stesso D’Adda, che di Battiato è stato intimo amico, oltre che assiduo collaboratore: Fetus, Pollution, Sulle corde di Aries, Clic, Patriots, Orizzonti perduti, Mondi lontanissimi sono un biglietto da visita di tutto rispetto, cui aggiungere numerosi tour, il disco dei Genco Puro & Co., Area di servizio, che precedette Fetus, e il primo di Juri Camisasca, La finestra dentro.
Alle sue testimonianze, che, in virtù dell’amicizia sopra ricordata, si estendono a tutta la vita di Battiato, si aggiungono quelle di Roberto Cacciapaglia, Stefano Senardi (che musicista non è, ma, in quanto ex presidente della Polygram italiana, ne ha da raccontare), Vincenzo Zitello (con Battiato nel Telaio magnetico nel 1975), Lino “Capra” Vaccina (Aktuala e Telaio Magnetico), il fonico Gianluigi Pezzera, Juri Camisasca. Altri contributi riguardano analisi musicologiche di alcuni brani e contribuiscono a gettare luce su altri aspetti del lavoro di Battiato, come la pièce teatrale Baby Sitter, cui partecipò, come attore, anche D’Adda.
Che Battiato esce da queste messe di ricordi che si snoda quasi album per album? Aperto ai suggerimenti dei collaboratori, pronto a gettarsi su strade sconosciute, spiritoso e pure spirituale, capace di sperimentare anche nei periodi e nelle canzoni che apparentemente sembrano più “normali” (l’analisi di Povera patria condotta da Renato Franchi e Gianni Colombo rivela continui cambi di tempo, ad esempio). Sono molto interessanti le ricostruzioni del lavoro in studio, dettagliate specie per i primi album (quelli tra kraut e prog), ma anche le notazioni sull’evoluzione dell’uso della ritmica.
Preziosi i ricordi di Senardi, come quello in cui ricorda che, già con L’imboscata già pronto da dare alle stampe, bloccò l’uscita del disco dopo che un Battiato non molto convinto gli fece sentire il primo abbozzo di La cura, in attesa che fosse portata a termine. È ricchissima anche la parte iconografica del volume, che presenta rarità e memorabilia in possesso di D’Adda. Non tutto è perfetto, ci mancherebbe: francamente non capisco il perché di schede di album sui quali non c’è una testimonianza una; e in secondo luogo perché non sono stati sentiti molti musicisti che hanno avuto un ruolo importante negli anni ’90 e 2000 di Battiato, come gli FSC (Dieci stratagemmi, Il vuoto, Un soffio al cuore di natura elettrica) e il loro chitarrista Davide Ferrario (anche in Fleurs 2 e Inneres Auge); le MAB (sempre Il vuoto); Morgan e Marco Pancaldi dei Bluvertigo; Cristina Scabbia; Saturnino; Antonella Ruggiero; Ru Catania e Madaski degli Africa Unite; Ginevra di Marco e Giovanni Lindo Ferretti dei CSI. Certo, il volume è già corposo (352 pp.): tuttavia si sarebbe potuto scendere più nei dettagli del lavoro di studio e dal vivo di Battiato.
Questa mancanza non elimina però il valore del volume, non solo perché è un primo passo in una direzione determinante e quasi inesplorata, ma anche perché contiene comunque testimonianze intrinsecamente di assoluto valore, da tutte quelle di Gianfranco D’Adda per finire con la lunga intervista a Juri Camisasca. Lavoro quindi senz’altro meritevole e consigliato agli amanti di Battiato
Articolo del
09/03/2026 -
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