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Dentro colori esotici e modi sospesi, dentro pattern percussioni che sembrano volermi richiamare a dei riti antichi, dentro lingue diverse perché loro, i Tristitropici, usano anche il latino per non farsi mancare nulla… perché un disco come “Traduzioni” vale davvero la pena di prenderlo da parte e usarlo per una migrazione fuori dalla realtà. Una storia d’autore e di ricerca, di sperimentazione e di un senso in bilico tra il new-age, world, fusion e tutto quel che di altro può venirvi alla mente anche solo dal video che troviamo in rete…
Ho come l'impressione che nell'impasto di tutto questo suono la voce faccia qualche passo indietro. Tanto spesso l'intelligibilità ne risente... ed è un tratto voluto? Ho l'impressione che sia così… C’è una sorta di velleità ermeneutica nelle nostre teste, in particolare nella mia, che vede il fruitore medio dei Tristitropici arrovellarsi attorno a un concetto, a una frase di un testo, o perché no, magari anche attorno a una sola parola con l’intento di estrapolare un significato, e alla fine poi riuscendoci, tornare arricchito o fortemente disilluso alle sue normali attività quotidiane.
L’intento è tutt’altro che sadico, diciamo che cerca una verosimiglianza con le pratiche di ermeneutica locale, di tutti i giorni, con una particolare fascinazione per quelle che riguardano i primi momenti di veglia dopo il sonno. Vorrei però essere chiaro: non siamo degli psichedelici sfrontati, anzi, i temi toccati nei testi delle nostre canzoni sono questioni reali, in almeno un paio di casi anche politiche, ma, appunto, talvolta versate in panorami sognanti di fumo rosa.
E posso anche chiedere perché? Qui la voce, alla stregua di uno scenario post-rock, sembra più uno strumento che un centro narrante... vero? Abbiamo cercato di esprimerci secondo formule che ci appartengono, che abbiamo assimilato nel corso della vita e che in larga misura ci sembrano “naturali”; siamo lontani dal puro nonsense, la voce è senza ombra di dubbio uno strumento ma sappiamo anche che è l’unico strumento che “parla”.
E l'apertura con "Estinzione"... la fotografia di tutto. C'è anche il Brasile in certi arrangiamenti.... Vero? Estinzione ha appunto un testo che parla di cambiamento climatico; il brasile c’è, la canzone brasiliana è sicuramente qualcosa che ha stimolato la nostra fantasia, ma non è un riferimento preciso, è una sorta di citazione larga di un grande immaginario accostata a moltitudini di altre immagini che tutte assieme formano la nostra musica.
I suoni hanno tanto del sacro e del rituale... e non è un caso che un brano come "Passaggio" abbia forte anche questo nella sua deriva estetica del video. Il fuoco e una sorta di danza attorno... sbaglio? La nostra idea è che elementi semplici, facilmente comprensibili, in questo caso addirittura primari come l’acqua e il fuoco possano veicolare significati complessi, o comunque dar vita a metafore trasfigurate che si allontanano sempre più dal punto di partenza senza mai perdersi. Acqua e fuoco rappresentano quindi un punto A e un punto B, e la canzone raffigura la migrazione da un punto all’altro, cosa rimane di A nell’andare verso B? Da B si può andare verso A? Chi è A e chi è B? E via dicendo… Ma al di là di questo, di Passaggio nello specifico, non so se c’è qualcosa di sacro ma sicuramente c’è qualcosa di rituale, c’è cioè una volontà di recuperare volontariamente, ma spesso senza pensarci più di tanto, qualcosa di originario, di originale, di non artefatto, che è poi tutto un dire.
E le chitarre elettriche come anche i disegni di batteria sembra davvero lavorare di sintesi. Anche qui vi condivido la mia impressione... ditemi cosa ne pensate… Quando qualcuno di noi vuole strafare generalmente un altro si gira e pronuncia mostrando il baffo: “Less is more”.
Articolo del
25/06/2026 -
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